Ci affidiamo alle metriche dei social, e se fossero false?

Ogni marketer basa la propria strategia sui dati che escono da ogni visualizzazione, sulle reazioni che suscita un determinato argomento postato online, prevalentemente sui social media.
Spiegare ora, in due righe, cosa dovrebbe fare il marketer per capire se un post performa bene o no, non si può, ma il marketer, per indole e livello professionale, è obbligato a cercare di comprendere le metriche che un social restituisce dopo la pubblicazione o una serie di pubblicazioni.

L’argomento che esce dalle pagine di Tubefilter è però scioccante. Secondo uno studio di Agentio, il nuovo sistema di conteggio pubblico delle visualizzazioni di YouTube sovrastima il coinvolgimento del 40%.
Il mese scorso YouTube ha introdotto una modifica significativa al modo in cui conteggia le visualizzazioni dei contenuti di lunga durata. Invece di richiedere agli utenti di guardare il video per un certo lasso di tempo prima di considerarli “spettatori” (la durata esatta non è mai stata resa nota, ma si vocifera che sia di circa 30 secondi), YouTube ha deciso di conteggiare la visualizzazione a partire dal momento in cui viene caricato il primo fotogramma del video.
Praticamente YouTube ha scelto il metodo TikTok perché, come in tutti i social, ci sono troppi contenuti in giro e tutti vogliono avere visibilità.

Ma in un mercato del genere come è possibile ricevere tanto in termini di metriche se l’offerta si amplia?
Possiamo essere bravi, trovare l’argomento giusto e avere l’algoritmo, ma il più delle volte ci affidiamo a metriche che raccontano visibilità sempre più ridotte. Quindi facciamo conti e tesi su numeri sempre più piccoli per capire se il contenuto tira o no.
Ma se quelle metriche non sono del tutto corrette ci danno false speranze.
Qui sta il problema, perché secondo i dati di Agentio, YouTube sovrastimerebbe le visualizzazioni.

E se tutti i dati che abbiamo visto sino ad ora in tutte le piattaforme non fossero così reali?

Ma quanto possiamo ancora affidarci ai numeri dei social?

I social si stanno trasformando, la gente, anche quella che ama l’approfondimento, è collegata ad innumerevoli contenuti di tutte le salse.
Il sovradosaggio di contenuti spinge la gente a guardare in tanti punti, ma sono in pochi a catalizzare l’attenzione.
Forse, dunque, diventa indispensabile creare momenti dove alla strategia online si collega una strategia sempre più local, e qui la questione diventa complicata.
A questo punto, le strategie ultra regionali, nazionali, dovrebbero guardare al piccolo orticello di casa o a quei luoghi dove è possibile farsi vedere, avere una presenza.

Questo è un cambio di paradigma, una nuova strategia, ipotizzata su riflessioni. Serve metterci la faccia anche sulla vita reale, attorno a casa, alla propria attività, altrimenti con un crollo reputazionale e di visibilità digitale sarà la fine.
Nel bel mezzo di questa involuzione social, anche dopo questo dato che ci permette di riflettere assieme (nessuno sta dando colpa alle piattaforme, ma è necessario ragionare), è sempre più indispensabile affiancare una strategia locale e di presenza in un determinato territorio, piccolo o grande che sia, piuttosto che puntare tutto sul web.
Questo discorso cambia se, ovviamente, si cominciano ad investire in modo organico, centinaia di euro, anche più di mille al mese sulle nostre piattaforme di riferimento.
Però diciamolo fuori dai denti, quanti fanno pubblicità digitale mirate, specie nelle piccole aziende? Quasi nessuno.
Un conto è Coca Cola, altra cosa è Toni Marmellata… (ovviamente per rendere l’idea)
Amen!


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