La Cina stringe ancora la morsa sulla libertà online. Il governo ha annunciato il lancio dell’identità digitale nazionale, una nuova arma di sorveglianza che – secondo molti esperti – trasformerà la Rete in una prigione virtuale sotto controllo statale.
Dietro la facciata di sicurezza e innovazione si cela un sistema che, nei fatti, permette a Pechino di schedare ogni internauta, tracciare ogni movimento online e cancellare in tempo reale qualsiasi contenuto indesiderato. Il tutto con un’unica credenziale digitale rilasciata dal governo.
Come spiega la CNN, si tratta di un meccanismo “volontario” – almeno sulla carta – che consente di accedere a social e app con un unico ID virtuale. Ma la realtà è un’altra: più sorveglianza, meno libertà. La misura, attiva da metà luglio, è già stata adottata da sei milioni di utenti.
Gli allarmi sono molti e arrivano da fonti autorevoli. Per Xiao Qiang, ricercatore alla University of California, Berkeley, siamo di fronte a un sistema capace di “monitorare e bloccare gli utenti in tempo reale. È un’infrastruttura di totalitarismo digitale”.
Non meno duro è il commento del professore Lao Dongyan dell’Università Tsinghua, che ha definito l’identità online come l’equivalente dell’“installazione di un dispositivo di sorveglianza su ogni cittadino”. Il suo post è stato rimosso e il suo account sospeso per tre mesi. La censura, ancora una volta, ha colpito.
Le organizzazioni Chinese Human Rights Defenders (CHRD) e ARTICLE 19 parlano senza mezzi termini: la nuova misura è “una svolta autoritaria che amplia il controllo statale sull’identità e reprime ogni forma di dissenso”. Peggio ancora, il modello cinese rischia di diventare un esempio da seguire in altri Paesi con tendenze autoritarie, soprattutto nel Sud-Est asiatico.
Il cyberspazio cinese – già tra i più sorvegliati del pianeta – si trasforma così in un labirinto di censura, dove ogni click può essere tracciato e ogni parola può costare cara. Il futuro digitale, almeno in Cina, ha un volto sempre più inquietante.
Att.ne.
L’introduzione dell’identità digitale nazionale in Cina rappresenta un colpo durissimo alla libertà personale e alla privacy. Dietro la scusa della “sicurezza” e della “lotta ai furti di identità”, si cela un meccanismo centralizzato che consente allo Stato di controllare, schedare e silenziare ogni cittadino online.
Non si tratta solo di un’evoluzione tecnologica, ma di una regressione dei diritti fondamentali, dove la libertà di espressione viene sacrificata sull’altare del controllo totale. In un mondo sempre più digitale, non c’è vera democrazia senza anonimato, pluralismo e diritto al dissenso. Questo sistema, per quanto sofisticato, non protegge i cittadini: li sorveglia. E li zittisce.



