Cosa fare con l’Ai? L’Ai sparirà come è sparita ogni tecnologia che è entrata nella nostra quotidianità.

La parola artificiale, che deriva da “fatto con arte” è sulla bocca di tutti ogni giorno, a causa di questa rivoluzione in corso che ci ha portato una ventata di novità ma anche di paura. Il futuro che non conosciamo ci fa infatti sempre paura, ma questa paura, per vincere le prossime sfide, anche quelle del marketing, va cavalcata.
Se ci pensiamo bene, fare qualche cosa di artificiale, non è un concetto nuovo. Quando, per esempio, abbiamo iniziato a prendere in mano una macchina fotografica per fare una foto, questo oggetto artificiale ci ha restituito una rappresentazione di qualcosa di naturale. Proviamo a pensare alla foto di una semplice luna: viene replicata la naturalità, la verità. Quella foto è una copia della naturale bellezza della luna, ottenuta attraverso uno strumento artificiale. Si potrebbero fare moltissimi altri esempi, ma mi fermo qui.
Quello che oggi è cambiato, forse, non è quindi tanto il rapporto tra naturale e artificiale, quanto la nostra percezione dell’artificiale.
Quando sentiamo parlare di intelligenza artificiale ci vengono paure e dubbi, forse perché certe tecnologie stanno imparando a riflettere, a ragionare da sole o perché vengono montate in robot umanoidi che, per sembianze, sembrano davvero vicini a noi.
La differenza è che questa volta l’artificiale non si limita più a riprodurre qualcosa che conosciamo, ma sembra entrare in territori che abbiamo sempre considerato esclusivamente umani.
Eppure, come tutte le tecnologie, forse serve non temere per riuscire a cavalcarle, a vedere cosa di meglio possiamo fare, con senso critico, grazie a quella tecnologia. Perché la storia ci insegna che una tecnologia, quando entra davvero nella nostra quotidianità, a un certo punto smette proprio di sembrarci tecnologia.
In fondo, proprio come tutte le tecnologie che hanno seguito la teoria di Rogers, finirà per sparire perché adottata da tutti. Sparire, in questo caso, non significa che l’Ai non esisterà più, ma che smetteremo di percepirla come qualcosa di nuovo, straordinario o diverso dal nostro modo abituale di lavorare e vivere.
Ma è proprio nella curva della prima adozione che serve imparare a conoscere la tecnologia, per non rimanere indietro. È lì che bisogna capire non soltanto che cosa sa fare, ma soprattutto che cosa possiamo fare noi, con quello strumento, che prima non riuscivamo a fare.

L’Ai non sostituirà la creatività, se sapremo diventare i suoi registi

L’artificial intelligence, che secondo Trump va definita super intelligenza, va usata con arguzia ma soprattutto, per i marketer come me, va usata in modo creativo. Perché il rischio, altrimenti, è che una tecnologia capace di produrre velocemente contenuti, immagini, testi e idee finisca per rendere tutto uguale, standardizzato, facilmente replicabile. Altro problema, le aziende impareranno ben presto a fare tutto internamente quindi che senso avrà chiedere qualche cosa fuori?
Per non essere spazzati via dalla standardizzazione sarà necessario diventare nuovi registi dell’Ai, persone che, con competenze già acquisite, sappiano leggere una richiesta, interpretarla, farne una sintesi e trasformarla nel prompt giusto, quello capace di sfruttare il sapere dell’Ai per restituirci un risultato più creativo di quello che avevamo pensato da soli. Non si tratta quindi soltanto di saper usare uno strumento, ma di sapere dove portarlo, che cosa chiedergli e soprattutto di riconoscere, tra quello che ci restituisce, ciò che ha davvero valore.
La sfida sta proprio lì e chi oggi è vecchio, ne ha passate di cotte e di crude, ha conosciuto anche l’analogico e vive Onlife, come teorizzato da Luciano Floridi, forse ha già imparato una cosa importante: che le tecnologie non arrivano mai da sole, ma cambiano insieme a noi il modo in cui lavoriamo, comunichiamo e viviamo.
Oggi siamo iperconnessi, abbiamo subito più mediamorfosi e abbiamo già attraversato diversi cambi di paradigma.
Per questo, se non cambieremo nuovamente paradigma nello sviluppo di ogni processo e prodotto, finiremo mangiati proprio dall’Ai. Non perché l’Ai sarà necessariamente migliore dell’uomo in tutto, ma perché sarà più veloce, più accessibile e sempre più presente dentro i processi che utilizziamo ogni giorno.

Ed è qui che torna il tema dell’artificiale: se l’Ai diventerà una tecnologia quotidiana, come lo sono diventate prima di lei la fotografia, il computer, internet o lo smartphone, il vero vantaggio non sarà più semplicemente averla a disposizione, ma sapere ancora che cosa farne.

La ricetta della felicità

La ricetta della felicità non è semplice, ma va individuata nella professionalità e nell’umanità di una persona. Perché quando la tecnologia diventerà normale, quello che resterà da riconoscere sarà proprio ciò che una persona saprà portare dentro quella tecnologia: esperienza, sensibilità, capacità di interpretazione, creatività e, soprattutto, umanità.

Daniele Antoniol

Note: riflessioni che arrivano a margine dell’evento organizzato da Wethod a Roncade l’1 ottobre 2026, intitolato Artificiale.

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