
C’è un numero che racconta meglio di ogni altro cosa sta succedendo all’editoria digitale nel 2026: fino al 40% in meno di richieste pubblicitarie sulle pagine degli editori, nel giro di un solo trimestre. Non è un calo, è un ridimensionamento. E secondo i nuovi dati di Ozone, condivisi in esclusiva con Digiday, la causa ha un nome preciso: la ricerca AI a zero-click, che intercetta l’utente prima ancora che arrivi sul sito.
Per chi lavora nel marketing, il punto non è la statistica in sé, ma quello che rivela: il traffico organico, per anni la base di tutto il modello pubblicitario del web, sta smettendo di essere una risorsa infinita.
I dati, raccolti su circa 20 miliardi di impression tra Guardian, News UK e Wall Street Journal, mostrano un doppio movimento che sulle prime sembra contraddittorio: i volumi crollano, ma i prezzi salgono. A giugno gli eCPM erano cresciuti del 30% su base annua nel Regno Unito e del 7% negli Stati Uniti.
Non è un’anomalia: è la logica della scarsità. “L’eCPM che sale è un segnale sano: significa che la risorsa è scarsa e chi compra è disposto a pagarla di più”, spiega Liza Simonova di Ozone. “Ma con meno inventario da vendere, la spesa complessiva scende comunque”.
Dietro il calo dei volumi non c’è solo la fuga degli utenti. C’è anche una scelta: alcuni editori stanno tagliando deliberatamente gli spazi pubblicitari a basso valore, per proteggere prezzo e qualità invece di rincorrere il volume a tutti i costi. Una strategia difensiva che punta a trasformare la crisi in leva negoziale.
Il vero spartiacque, secondo Matt Barash (CCO di Nova Studio), non è la quantità di contenuti consumati, ma dove avviene la scoperta: “La ricerca generava pageview. Il social genera engagement”. Ogni minuto speso a scorrere un feed è un minuto che non produce più un ad request sul web aperto.
Il dato più esplicito in questo senso è quello sulle app: unico canale in crescita a giugno, con spesa +23% ed eCPM +42% negli USA, mentre il web restava sotto del 38,5% rispetto all’anno precedente. Il baricentro del business si sta spostando verso ambienti chiusi, autenticati, dove l’editore controlla di nuovo scoperta e prezzo: abbonamenti, app, newsletter.
Il punto più rilevante non è la percentuale, ma quello che la percentuale certifica: quindici anni di programmatic basato sull’idea di un’offerta illimitata sono finiti. Gabe Dorosz (INMA) lo dice senza mezzi termini: “Gli editori stanno realizzando che la strategia dell’offerta infinita ha solo spinto i CPM verso il basso in modo costante, e il crollo del traffico guidato dall’AI ha smentito quell’idea”.
Per gli editori, la strada indicata da Luke Stillman (Madison and Wall) è chiara: incassare oggi gli accordi di licenza con le piattaforme AI, dare per scontato che il business pubblicitario open web continuerà a restringersi, e spostare peso su abbonamenti ed eventi.
Chi acquista spazi pubblicitari dovrà iniziare a valutare l’inventario non più per il volume, ma per la qualità dimostrabile — dati proprietari, contestuali, di attenzione. Chi vende contenuti dovrà accettare che il traffico da ricerca non tornerà ai livelli di un tempo. Come sintetizza Danny Spears, COO di Ozone: “Il web aperto si sta riducendo. Gli editori con abbonamenti e app sono molto più resilienti di fronte a questo calo di offerta”.
La domanda che ogni marketer dovrebbe portarsi a casa non è quanto durerà il calo dei volumi, ma quanto a lungo il mercato sarà disposto a pagare sempre di più per sempre meno spazio.
Fonti: Digiday



