
L’Italia è il primo Paese a estendere il compenso per copia privata anche agli spazi di archiviazione cloud. Il nuovo decreto del Ministero della Cultura, firmato dal ministro Alessandro Giuli, aggiorna le tariffe del sistema che remunera autori e produttori per le copie private di contenuti protetti da diritto d’autore. La misura ha immediatamente acceso il confronto tra industria culturale e settore tecnologico: da una parte chi parla di tutela degli autori, dall’altra chi teme un nuovo costo per l’economia digitale.
Il compenso per copia privata esiste da decenni. L’idea è che un utente possa fare una copia personale di un contenuto acquistato — per esempio una canzone o un film — mentre i produttori dei supporti utilizzati per copiarlo versano un contributo agli autori.
Negli anni il meccanismo è stato esteso a smartphone, tablet e hard disk. Il nuovo decreto aggiunge anche il cloud storage, equiparandolo a un supporto di archiviazione.
La scelta si basa su una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE del 2022, che ha riconosciuto che anche la memorizzazione su server remoti può rientrare nel concetto di supporto per copie private.
Il contributo non sarà pagato direttamente dagli utenti ma dai fornitori di servizi cloud, in base allo spazio offerto ai clienti.
Le tariffe previste sono:
- 0,0003 euro per GB fino a 500 GB
- 0,0002 euro per GB oltre i 500 GB
- tetto massimo di 2,40 euro al mese per utente
Gli account con meno di 1 GB di spazio restano esclusi.
Il timore delle aziende del settore è che il costo venga comunque trasferito sugli abbonamenti, con possibili aumenti per gli utenti.
La norma potrebbe interessare non solo i servizi cloud personali ma anche backup aziendali, archiviazione documentale e infrastrutture digitali utilizzate dalle imprese. Le associazioni del settore ICT — tra cui AIIP, Assintel e Anitec-Assinform — parlano di una misura poco adatta all’economia digitale e sollevano diversi dubbi:
- possibile doppia tassazione tra dispositivi fisici e cloud
- aumento dei costi per imprese e pubblica amministrazione
- maggiore burocrazia per i fornitori di servizi
- vantaggi competitivi per le grandi piattaforme globali
Alcune organizzazioni stanno valutando anche azioni legali contro il provvedimento.
Il sistema della copia privata genera già entrate rilevanti per gli enti di gestione dei diritti. Tra il 2023 e il 2025 il compenso ha portato circa 120 milioni di euro l’anno a organismi come SIAE, FIMI e Nuovo IMAIE. Secondo il governo, l’estensione al cloud potrebbe ridurre il divario con altri Paesi europei. In Francia, ad esempio, il sistema della copia privata raccoglie circa 255 milioni di euro all’anno.
Il decreto, firmato il 23 febbraio 2026, deve ancora essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore. Nel frattempo la discussione resta accesa: per alcuni è un aggiornamento necessario del diritto d’autore nell’era digitale, per altri rischia di diventare un freno allo sviluppo dei servizi cloud in Italia.
Quel che è certo è che l’Italia ha introdotto una novità destinata a far discutere anche oltre i confini europei.



