
Alla fine del 2025 l’idea era abbastanza chiara: con l’esplosione dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale, i creator sarebbero rimasti l’ultimo baluardo dell’autenticità. Contenuti più “veri”, più personali, quindi più credibili per pubblico e brand.
A distanza di pochi mesi, lo scenario è già cambiato. L’AI generativa non ha sostituito i creator, ma è entrata dentro il loro lavoro. E in molti casi ne sta ridefinendo completamente il ruolo.
Secondo i dati citati da Digiday, circa l’80% dei creator utilizza già strumenti di AI in qualche fase del processo: ideazione, scrittura, montaggio o distribuzione. Non è più un’eccezione, ma parte del flusso produttivo.
Strumenti come ChatGPT o Adobe Firefly permettono di ridurre tempi e costi, arrivando in alcuni casi a sostituire interi team creativi. Piattaforme come quelle sviluppate da RHEI spingono ancora oltre, proponendo veri e propri “team artificiali” composti da agenti AI che si occupano di produzione, distribuzione e gestione della community.
Non solo. Alcuni creator stanno usando l’AI anche per gestire relazioni e business: analizzare messaggi, selezionare collaborazioni e persino rispondere automaticamente ai follower. In pratica, scalare la propria attività senza aumentare il lavoro umano.
Questa integrazione massiccia però ha un effetto collaterale evidente: il rischio di contenuti sempre più standardizzati, senza identità.
Per questo piattaforme come YouTube e Instagram stanno iniziando a intervenire. Da un lato promettono di ridurre i contenuti AI di bassa qualità, dall’altro sviluppano strumenti per identificare deepfake e proteggere creator e personaggi pubblici.
Il messaggio è chiaro: l’AI va bene, ma non deve sostituire completamente il contributo umano. Il valore resta nella capacità di dare un punto di vista.
Il tema più delicato riguarda i brand. L’AI apre possibilità nuove — come influencer virtuali completamente controllabili — ma solleva anche dubbi enormi. Un creator umano può commettere errori, ma proprio per questo è percepito come autentico. Un influencer generato dall’AI elimina il rischio reputazionale, ma può anche ridurre la fiducia del pubblico.
C’è poi un problema ancora aperto: chi possiede davvero un influencer AI? I diritti sull’immagine, sulla voce e sull’identità digitale sono ancora un terreno poco regolato.
E infine c’è il rischio più concreto: quando l’AI sostituisce davvero la creatività, il risultato si vede. Contenuti generici, tutti simili, senza una voce riconoscibile.
L’AI sta diventando un acceleratore, non un sostituto. I creator che funzionano non sono quelli che la evitano, ma quelli che riescono a usarla senza perdere identità.
Il punto non è più scegliere tra umano e artificiale. È capire se, dietro quel contenuto, c’è ancora qualcuno che ha qualcosa da dire.
Fonti: Digiday



