
L’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento di studio: sta diventando un interlocutore.
Secondo una ricerca promossa da Telefono Azzurro in collaborazione con Ipsos Doxa, il 35% degli adolescenti tra i 12 e i 18 anni utilizza chatbot di intelligenza artificiale tra le attività online più frequenti. Un dato che impone una riflessione urgente, soprattutto alla vigilia del Safer Internet Day 2026.
La conoscenza degli strumenti di AI conversazionale è ormai quasi universale.
Il 74% dei ragazzi dichiara di conoscere i chatbot, percentuale che sale al 75% di utilizzo effettivo dopo una breve spiegazione.
Tra le piattaforme più usate spicca ChatGPT (83%), seguito da Gemini (36%), Meta AI (27%) e Microsoft Copilot (7%).
Se lo studio e la ricerca restano l’impiego principale, emerge però un dato più delicato: l’IA viene sempre più usata per bisogni personali.
Il 14% dei ragazzi chiede spesso consigli personali ai chatbot, mentre il 34% lo ha fatto almeno una volta.
Dal punto di vista emotivo, l’interazione con i chatbot genera soprattutto curiosità e divertimento, ma non solo.
Il 23% degli adolescenti dichiara di essersi sentito non giudicato, mentre il 16% afferma di essersi sentito meno solo.
Solo il 9% riporta un’esperienza negativa, segno di un alto livello di accettazione percepita.
Ed è proprio qui che si apre il nodo più complesso: la funzione relazionale dell’IA.
Accanto ai vantaggi, i ragazzi stessi individuano rischi importanti:
- 40%: possibile riduzione del pensiero critico
- 35%: diminuzione delle relazioni sociali reali
- 33%: confusione tra realtà e finzione
- 25%: rischio di dipendenza
Telefono Azzurro richiama inoltre i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: 1 adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni soffre di un disagio psichico, spesso non riconosciuto, e 1 su 5 si sente solo, con percentuali più alte tra le ragazze.
Le ricerche mostrano una correlazione crescente tra uso problematico delle piattaforme digitali e sintomi ansiosi e depressivi, alimentati da confronto sociale, esclusione e senso di inadeguatezza.
È in questo contesto che interviene l’UNICEF, che ha pubblicato 9 consigli pratici per i genitori per continuare a svolgere un ruolo educativo anche nell’era dell’intelligenza artificiale.
Il primo è chiaro: iniziare presto, spiegando in modo semplice come funziona l’IA.
Il secondo: tenere presenti i rischi, senza demonizzare la tecnologia.
Uno dei punti chiave è “mantenere l’IA nella giusta prospettiva”: ciò che conta davvero, sottolinea l’UNICEF, resta l’ambiente di crescita fatto di relazioni, routine, ascolto e interessi condivisi.
Il dato più rilevante non è solo quanto i ragazzi usino i chatbot, ma come e perché.
Quando un adolescente trova nell’IA un luogo percepito come sicuro, non giudicante e disponibile, la tecnologia smette di essere neutra e diventa un attore sociale.
Ed è qui che la responsabilità degli adulti non può essere delegata agli algoritmi.
Fonte: Ansa



