sabato 7 Marzo, 2026

Licenziata perché il lavoro lo fa anche l’AI: il Tribunale di Roma stabilisce quando è legittimo.

Una sentenza italiana segna un precedente destinato a entrare nel dibattito su lavoro e automazione: l’uso dell’Intelligenza artificiale può contribuire a rendere legittimo un licenziamento, ma non può mai esserne la causa diretta. È questo il principio chiave stabilito dal Tribunale di Roma (sentenza n. 9135 del 19 novembre 2025) in un caso che coinvolge una graphic designer impiegata in una società di cybersecurity.
La decisione, riportata dal Corriere della Sera, chiarisce un punto cruciale: non è l’AI a licenziare — è la riorganizzazione aziendale.
La vicenda nasce durante una fase di contrazione economica dell’azienda, che aveva avviato una revisione interna dei processi. Tra le misure adottate:

  • accentramento di funzioni
  • introduzione di strumenti tecnologici e AI
  • ottimizzazione dei flussi operativi

In questo contesto, la posizione della dipendente è stata eliminata perché le sue mansioni risultavano ormai assorbite dal nuovo assetto organizzativo supportato da tecnologie automatizzate. Il giudice ha ritenuto legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, richiamando i criteri classici del diritto del lavoro, ovvero: esigenze economico-organizzative reali, collegamento diretto tra riorganizzazione e soppressione del ruolo e impossibilità di ricollocazione interna.

Nella motivazione, il tribunale è netto: l’Intelligenza artificiale non costituisce una causa autonoma di licenziamento. Viene invece qualificata come uno strumento organizzativo, alla stregua di software gestionali o tecnologie introdotte in passato. In sostanza, l’innovazione tecnologica può cambiare la struttura del lavoro, ma non modifica i presupposti legali necessari per licenziare.

Questo passaggio è fondamentale perché evita un precedente pericoloso: nessuna azienda può giustificare un licenziamento semplicemente dichiarando di aver adottato l’AI.
La decisione è tra le prime in Italia a citare esplicitamente l’intelligenza artificiale in una controversia lavoristica. Il suo peso non sta tanto nel caso singolo, quanto nel principio che stabilisce: la tecnologia non sostituisce il diritto del lavoro — deve rispettarlo

In altre parole, la trasformazione digitale non crea nuove scorciatoie legali per ridurre il personale.
Il messaggio implicito della sentenza è duplice.

Per le imprese:
l’adozione di AI può giustificare una riorganizzazione, ma solo se documentata, coerente e inevitabile.

Per i lavoratori:
la sostituzione tecnologica non è di per sé motivo sufficiente per perdere il posto; deve esistere un quadro economico e organizzativo verificabile.

Questa pronuncia non apre la strada ai licenziamenti automatizzati. Piuttosto, stabilisce il contrario: anche nell’era dell’AI valgono le regole tradizionali. Ed è proprio questo il dato più significativo. L’innovazione può cambiare il lavoro, ma non può aggirare il diritto.

Fonte: Corriere della Sera.

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