mercoledì 11 Marzo, 2026

Il complesso di “neuro-inferiorità”: quando ChatGPT ci fa sentire obsoleti.

C’è una malinconia nuova che serpeggia tra chi usa quotidianamente l’intelligenza artificiale. Non è paura di perdere il lavoro. Non è diffidenza tecnologica. È qualcosa di più sottile: la sensazione di avere un cervello ormai lento, imperfetto, superato. Una forma di tristezza che potremmo chiamare complesso di neuro-inferiorità.
È il sentimento raccontato da Ivan Carozzi, scrittore ed ex caporedattore di Linus, dopo un anno di convivenza con ChatGPT. Un’esperienza fatta di scoperte brillanti — ma anche di un disagio crescente.

All’inizio c’è lo stupore. Basta abbozzare un’ipotesi — per esempio un parallelo tra le coreografie di Heather Parisi e i balletti virali su TikTok — e la macchina produce in pochi secondi un elenco ordinato di analogie: semplicità replicabile, frontalità dell’inquadratura, centralità di volto e busto.

Oppure basta un ricordo sfocato — finestre spalancate in uno spot degli anni ’90 — e l’AI risponde con prudenza quasi umana: potrebbe trattarsi di un profumo Chanel. Era proprio quello.
L’intelligenza artificiale appare così: cortese, rapida, geometrica, impeccabile.
Col tempo però qualcosa cambia. Ogni risposta perfetta apre una crepa: e se fossimo noi il modello imperfetto?
L’AI non esita, non balbetta, non dimentica date o nomi. Organizza il discorso con una padronanza che richiama l’antica retorica: elocutio, dispositio, inventio. Noi invece perdiamo il filo, infiliamo “ehm” e “mmm”, facciamo pause. Il confronto è silenzioso ma implacabile.
Carozzi ricorda un compagno di liceo, brillante e spietato nell’arte del botta e risposta. Di fronte a lui si sentiva inadeguato. Oggi quella sensazione ritorna, amplificata: non è più confronto tra menti umane, ma tra mente biologica e calcolo artificiale.

Il filologo Lorenzo Perilli, in Coscienza artificiale, riprende il termine aristotelico περίττωμα: un residuo senza funzione, quasi un errore della natura.

È questa l’angoscia sottesa: diventare uno scarto evolutivo mentre le macchine perfezionano la loro “veridicità di stampo divino”, per usare l’espressione del matematico Paolo Zellini.
L’AI assembla in un’ora di video-saggio conoscenze che richiederebbero una vita di studi: falegnameria medievale, dendrologia, storia dei materiali, antropologia. Una lucidità tersa, quasi irreale. Non sbaglia. Non si stanca. Non invecchia.

Il tecno-ottimista ricorda che ogni rivoluzione ha suscitato paure apocalittiche poi rivelatesi infondate. Ma questo non implica che ogni rivoluzione sia automaticamente benefica. La storia del luddismo, riletta da Brian Merchant in Sangue nelle macchine, mostra che dietro la ribellione alle macchine non c’erano solo nostalgici, ma lavoratori che difendevano la dignità umana contro un’accelerazione brutale.

Oggi il dubbio non è distruggere le macchine, ma capire quale spazio resta per l’umano.
Roland Barthes, rileggendo Quintiliano, ricorda un principio sorprendentemente attuale: il pensiero è veloce, ma la mano è lenta — e questa lentezza è benefica.
La scrittura non può separarsi dal corpo. Ha bisogno di esitazioni, attriti, imperfezioni. È proprio questa frizione a renderla umana.
ChatGPT organizza meglio un discorso. È più accurata, più veloce, più affidabile. Ma non ha un corpo che trema mentre cerca le parole. Non conosce la lentezza come spazio di maturazione.

Nel quotidiano la scena è evidente: ragazzi inghiottiti dai tablet nei retrobottega, pensionati silenziosi che scrollano in piazze sempre più vuote. Più cresce l’intelligenza delle macchine, più temiamo di perdere importanza.

Non è solo un’ansia professionale. È una questione ontologica: contiamo ancora qualcosa?
Il complesso di neuro-inferiorità nasce dal confronto diretto con una macchina che eccelle in rapidità e precisione. Ma forse l’errore sta nel parametro scelto.
L’AI eccelle nell’elaborazione.
L’umano eccelle nella fragilità, nell’esperienza incarnata, nell’errore che genera senso.
La lentezza della mano, diceva Quintiliano, è benefica. Forse anche oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale, il valore non sta nel competere con la macchina sul suo terreno, ma nel difendere ciò che la macchina non potrà mai replicare: la coscienza vissuta, il corpo che scrive, la memoria imperfetta che cerca e ricorda. E forse, più che sentirci inferiori, dovremmo chiederci quale forma di intelligenza vogliamo coltivare.

Fonte: Lucysullacultura

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