
Negli ultimi dodici mesi oltre venti Paesi hanno proposto o approvato leggi per vietare l’accesso ai social media a fasce ampie della popolazione, soprattutto ai minori. Le misure vengono presentate come interventi per la “sicurezza dei bambini”, ma secondo diversi osservatori rischiano di aprire una stagione di sorveglianza di massa e restrizione della libertà di espressione.
Nel 2024 l’Australia è diventata il primo Paese a vietare i social agli under 16 (ne avevo parlato qui). Da allora la spinta regolatoria si è estesa rapidamente: in Germania il partito di governo ha sostenuto un divieto, il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto restrizioni per gli under 15, nel Regno Unito il governo ha valutato misure ampie. Iniziative simili sono emerse anche in Grecia, Filippine, Indonesia, Malesia, Singapore e Giappone.
Negli Stati Uniti, leggi di age verification sono state approvate o sono in discussione in oltre metà degli Stati federati. Parallelamente, piattaforme come Meta, Google e Discord hanno iniziato ad adeguarsi preventivamente ai nuovi requisiti.
Quasi tutte queste proposte si basano su sistemi di verifica dell’età. Il problema è strutturale: non esiste una tecnologia in grado di determinare con precisione l’età di una persona solo da dati biometrici. Per funzionare, tali sistemi richiedono l’invio di documenti governativi o informazioni altamente sensibili, collegando identità online e identità offline.
Questo comporta almeno tre rischi:
- raccolta massiva di dati personali, inclusi quelli dei minori
- aumento delle vulnerabilità informatiche (come dimostrato da precedenti violazioni di dati legate a sistemi di verifica)
- possibilità di utilizzo governativo per monitorare giornalisti, attivisti e whistleblower che dipendono dall’anonimato
Un altro effetto collaterale riguarda la concorrenza. Solo le grandi piattaforme possono sostenere i costi complessi dei sistemi di verifica. Realtà indipendenti o non profit rischiano di chiudere, rafforzando ulteriormente il potere dei big tech.
Inoltre, diverse organizzazioni che sostengono queste leggi — soprattutto negli Stati Uniti — sono legate a movimenti conservatori che da anni promuovono restrizioni sui contenuti online. Il contesto politico, segnato da tensioni su proteste studentesche, immigrazione e libertà di espressione, rende il dibattito ancora più delicato.
Un punto controverso riguarda la narrativa della crisi mentale generata dai social. Secondo alcuni studi citati nel dibattito, non esisterebbe una prova conclusiva di un legame diretto e generalizzato tra uso dei social e peggioramento sistemico della salute mentale giovanile.
Al contrario, per molte categorie vulnerabili — come adolescenti LGBTQ+ — le piattaforme rappresentano uno spazio di supporto e connessione.
Il rischio, secondo i critici, è trasformare internet in un ambiente dove ogni azione è collegata a un documento d’identità, un panopticon digitale difficilmente reversibile una volta costruito. Proteggere i minori è un obiettivo legittimo. Ma vietare l’accesso ai social tramite sistemi di verifica dell’età potrebbe produrre effetti collaterali più ampi: sorveglianza estesa, consolidamento monopolistico e compressione dell’anonimato. Il vero nodo non è se regolamentare i social, ma come farlo senza sacrificare diritti fondamentali.
Fonte: The Guardian



