
Il dibattito sulle restrizioni ai social media per i minori sta attraversando una fase di svolta globale. Dall’Australia, che ha annunciato il divieto di accesso ai social per gli under 16, fino alla Danimarca, che punta a escludere gli under 15, cresce l’idea che le piattaforme digitali rappresentino un rischio per la salute mentale e lo sviluppo dei più giovani. Tuttavia, dietro il linguaggio della sicurezza e della tutela, si nasconde qualcosa di più complesso. Come analizzato da The Conversation, queste politiche segnano un ritorno a un controllo morale tipico dell’Ottocento: una sorta di “era vittoriana di Internet”, in cui l’obiettivo non è solo proteggere, ma disciplinare il comportamento digitale dei giovani.
Nel XIX secolo, la società vittoriana imponeva regole rigide di condotta e decoro, soprattutto alle nuove generazioni. Oggi, la regolamentazione dell’accesso ai social sembra rispecchiare la stessa logica: limitare, contenere, sorvegliare. Il risultato è una tensione costante tra libertà e protezione, in cui la responsabilità individuale rischia di essere sostituita da una supervisione generalizzata.
L’idea di “benessere digitale” assume così sfumature morali: l’utente ideale è calmo, misurato, “sano”, mentre chi trascorre più tempo online viene rappresentato come deviante, dipendente, fragile. È un linguaggio che non educa, ma giudica.
Un esempio concreto arriva da uno studio interno di Meta, reso noto da Reuters, secondo cui gli adolescenti che dichiarano di sentirsi insoddisfatti del proprio corpo vengono esposti su Instagram a quasi tre volte più contenuti “prossimi ai disturbi alimentari” rispetto agli altri coetanei.
Non si tratta di materiale vietato, ma di post che contengono immagini di giudizio corporeo, comportamenti a rischio o riferimenti impliciti all’autolesionismo. I ricercatori non hanno stabilito un rapporto di causa-effetto, ma i dati suggeriscono che l’esperienza degli utenti più vulnerabili può essere influenzata dagli algoritmi di raccomandazione, rendendo ancora più urgente il tema della tutela dei minori online.
L’Italia tra divieti e vuoti educativi
Anche in Italia il tema è entrato nell’agenda politica (qui la legge in aprrovazione). Diverse regioni stanno valutando misure di controllo sull’età per accedere ai social e l’introduzione di forme di identificazione digitale per i minori. Si parla di parental control obbligatorio, limiti di orario e sistemi di verifica dell’identità.
Ma queste proposte, spesso, sembrano rispondere più alla necessità di “dare un segnale” che a una reale strategia educativa. La legislazione rischia di diventare un alibi: il divieto sostituisce la formazione, mentre il dibattito sull’alfabetizzazione digitale resta in secondo piano.
Nel puntare il dito contro gli adolescenti, si dimentica che i primi a non conoscere davvero la tecnologia sono spesso gli adulti. Molti genitori credono di saperla usare, ma non ne comprendono le logiche, gli algoritmi e le conseguenze.
Così, invece di educare alla consapevolezza, si demanda tutto al blocco, al filtro, al divieto. È la stessa logica dell’era vittoriana: vietare ciò che non si capisce. Ma il vero rischio è costruire una generazione che vive Internet come un luogo da cui difendersi, non come uno spazio da abitare con senso critico.
Il futuro della rete dipenderà dalla capacità di coniugare tutela e libertà. Servono regole, ma serve soprattutto una nuova cultura digitale, capace di riconoscere nei giovani non solo utenti da proteggere, ma cittadini da formare.
Forse, più che un ritorno all’era vittoriana, abbiamo bisogno di un nuovo umanesimo digitale.



