
Una ricerca dell’Università di Urbino rivela l’impatto concreto della riduzione dei contenuti politici applicata da Facebook tra il 2021 e il 2025. Secondo lo studio, la visibilità delle pagine dei parlamentari italiani sarebbe crollata del 72%, con un recupero solo parziale dopo la revisione della policy annunciata nel 2025 (p. 4 del documento).
Nel febbraio 2021 Facebook aveva comunicato di voler “ridurre i contenuti politici” nei feed, sostenendo che gli utenti chiedevano un’esperienza più “serena”. Ma i dati raccolti dal team guidato da Fabio Giglietto mostrano che il declino dell’esposizione era iniziato mesi prima dell’annuncio ufficiale (p. 6). Analizzando 2,5 milioni di post di parlamentari e leader italiani, i ricercatori hanno documentato una caduta verticale: la portata media per post è passata da 53 mila visualizzazioni nel 2021 a 15 mila nel 2023, con un parziale recupero a 34 900 nel 2025.
La sequenza temporale ricostruita indica tre momenti chiave: una prima riduzione nell’autunno 2021, un nuovo calo dopo le elezioni del 2022 e una riapertura limitata nel marzo 2025, quando Meta ha iniziato a rivedere globalmente la sua strategia algoritmica (p. 9).
Il taglio non ha colpito tutti allo stesso modo. Le forze istituzionali e i partiti di governo hanno perso in media oltre la metà del pubblico, mentre i movimenti anti-sistema o più radicali hanno reagito moltiplicando i post fino al +140% nella fase finale (p. 11). Paradossalmente, la riduzione dei contenuti politici ha finito per favorire la disinformazione e la comunicazione più aggressiva, capace di compensare la perdita di reach con un volume maggiore di pubblicazioni.
Lo studio sottolinea anche la mancanza di trasparenza. La politica di riduzione dei contenuti politici non compare nei report che Meta ha inviato alla Commissione Europea nell’ambito del Digital Services Act, nonostante il suo effetto diretto sulla visibilità dei rappresentanti eletti (p. 14). Le decisioni, spiegano i ricercatori, sembrano originate dal contesto statunitense dopo l’assalto a Capitol Hill del 2021, e poi estese in modo uniforme a tutti i mercati. La parziale retromarcia del 2025, arrivata in coincidenza con il secondo insediamento di Donald Trump, mostra quanto le scelte dell’azienda restino condizionate dal clima politico americano (p. 17).
L’indagine è stata possibile grazie al Meta Content Library, piattaforma di ricerca introdotta nel 2024 in sostituzione di CrowdTangle. È una sorta di “clean room” che consente l’analisi dei dati pubblici di Facebook e Instagram, ma sotto stretti limiti di accesso e controllo (p. 20). Una trasparenza parziale, che permette di scoprire dinamiche cruciali — come la riduzione algoritmica della visibilità politica — solo a condizione di accettare la supervisione della stessa azienda.
Per Giglietto, la questione va oltre la tecnologia: “Quando un algoritmo riduce la visibilità del discorso politico senza comunicarlo pubblicamente, ciò che si oscura non è solo un post, ma una parte della democrazia stessa” (p. 23). L’autore invita a un nuovo equilibrio tra piattaforme, istituzioni e ricerca indipendente: le decisioni che influenzano la sfera pubblica devono essere monitorabili e verificabili.
Facebook, con la sua “pretty blunt approach”, ha mostrato quanto una modifica algoritmica possa trasformarsi in una forma silenziosa di regolazione del dibattito. Una lezione che impone alle piattaforme digitali di riconoscere il proprio ruolo politico — anche quando sostengono di volerne limitare la presenza.



