
Doveva partire il 31 marzo. Poi la data è slittata al 30 aprile, presentato come il vero debutto pubblico. Ma c’è un problema: oggi Ivory non è ancora visibile nello store di Apple, e la sua distribuzione resta poco chiara.
È il primo cortocircuito di un progetto che punta a rivoluzionare i social, ma che fatica già nella fase più semplice: farsi trovare. E allora la domanda viene da sé: il social italiano che vuole cambiare tutto dov’è? E soprattutto, esiste davvero o rischia di incepparsi prima ancora di nascere?
L’idea alla base di Ivory è netta: meno viralità, più competenza. Il progetto dei fondatori Giuseppe Di Maria, Adam Nettles e Uel Bertin prova a costruire un social dove la visibilità non dipende dall’algoritmo classico, ma da quello che sai.
La piattaforma distingue tra utenti verificati e non verificati. Solo i primi – identificati tramite documento – possono pubblicare e interagire, mentre gli altri restano spettatori. Tra i verificati, poi, c’è una gerarchia: base, professional (con curriculum validato) e accademici.
I contenuti vivono dentro le “torri d’avorio”, sezioni tematiche ispirate a Reddit, dove i post vengono valutati non solo per popolarità ma per qualità: chiarezza, originalità, impatto. Un sistema che richiama la peer review scientifica e che influenza direttamente la reputazione degli utenti.
Sulla carta è un modello radicale: meno rumore, più autorevolezza. Anche il business segue questa logica. Pubblicità sì, ma senza misurare il tempo passato sull’app e senza condividere dati con terze parti. E soprattutto, un secondo pilastro: la pubblicazione e vendita di articoli scientifici, con revisione tra pari.
Il problema è che, per ora, Ivory esiste più come idea che come prodotto accessibile. Il doppio rinvio – prima marzo, poi fine aprile – e l’assenza dagli store principali sollevano dubbi legittimi. Non è insolito per una startup, ma è un segnale delicato quando il progetto si presenta come alternativa strutturata ai giganti.
Anche perché la sfida è enorme. Ivory si posiziona contro modelli consolidati come quelli di Meta e piattaforme come Instagram, dove l’engagement è tutto. Qui invece si chiede agli utenti uno sforzo opposto: informarsi prima di parlare, accettare gerarchie di competenza, rinunciare a parte della spontaneità.
C’è poi un rischio evidente: l’effetto élite. Un sistema basato su credenziali e reputazione può migliorare la qualità delle conversazioni, ma anche scoraggiare la partecipazione. E senza massa critica, un social semplicemente non esiste.
Ivory arriva in un momento in cui la fiducia nei social tradizionali è ai minimi e la disinformazione è un problema reale. L’intuizione è forte. Ma tra intuizione e adozione c’è un passaggio brutale: convincere le persone a cambiare abitudini.
Per ora, la rivoluzione promessa resta sospesa. Prima ancora di capire se può funzionare, Ivory deve dimostrare una cosa più semplice: esserci davvero.
Fonti: Ansa, Wired, Il Messaggero.



