
Il mondo dei podcast sta vivendo una fase contraddittoria. Da un lato, l’audio puro è in difficoltà: i dati sul settore parlano chiaro, con piattaforme come Spotify costrette a ridimensionare gli investimenti e a licenziare personale. Dall’altro, i podcast in formato video stanno crescendo, soprattutto su YouTube e Spotify. Ma il pubblico non li guarda davvero: la maggior parte delle persone li ascolta, proprio come se fossero file audio tradizionali.
I numeri del paradosso
Un sondaggio della società di consulenza SoundProfitable mostra che il 47% degli utenti su YouTube guarda meno della metà dei contenuti video dei podcast, mentre su Spotify la percentuale sale al 69%. Insomma, il video fa da calamita, ma ciò che trattiene gli utenti è la voce.
Perché le piattaforme spingono sul video
Le piattaforme puntano sui podcast video perché il formato visivo monetizza meglio e facilita la diffusione sui social. I produttori li preferiscono perché aumenta la capacità di circolazione. Ma il pubblico li consuma in modo ibrido: attira lo sguardo, poi lascia spazio all’ascolto in sottofondo.
Una crisi che viene da lontano
Questo paradosso si inserisce in un contesto di crisi dell’audio puro. Nel 2023 Spotify (qui la news) ha annunciato pesanti tagli: prima 200 licenziamenti nella divisione podcast, poi un ulteriore ridimensionamento del 17% della forza lavoro complessiva, circa 1.500 persone. Il boom pandemico dei podcast si è sgonfiato con il ritorno a stili di vita simili al pre-Covid, riducendo il tempo dedicato all’ascolto.
Il DNA dei podcast resta l’audio
In conclusione, mentre l’audio come settore vive una fase difficile, i podcast video continuano a crescere, ma restano nella sostanza contenuti audio travestiti da video. La lezione è chiara: i podcast non spariscono, cambiano forma. E anche nell’era del video, il loro DNA resta sempre e comunque l’audio.



