
Gli Stati Uniti hanno investito 30 miliardi di dollari per sostituire libri di testo con laptop e tablet nelle scuole. L’obiettivo era ambizioso: portare internet in classe, ampliare l’accesso all’informazione, modernizzare l’apprendimento.
Oggi però una parte del mondo accademico sostiene che quell’esperimento potrebbe aver prodotto l’effetto opposto: la prima generazione con capacità cognitive inferiori rispetto ai genitori.
È davvero così? O siamo davanti all’ennesima narrazione apocalittica contro la tecnologia?
Nel 2002 il Maine fu il primo Stato americano ad avviare un programma su larga scala per dotare gli studenti di laptop. L’allora governatore Angus King presentò l’iniziativa come un modo per mettere l’accesso all’informazione “a portata di mano” di ogni ragazzo. Negli anni successivi, altri Stati seguirono lo stesso modello. Tablet e computer hanno progressivamente sostituito i libri cartacei. La scuola si è digitalizzata con una rapidità senza precedenti.
Il presupposto era semplice: più tecnologia significa più apprendimento.
All’inizio del 2026, davanti alla Commissione Commercio, Scienza e Trasporti del Senato USA, il neuroscienziato Jared Cooney Horvath ha presentato una tesi forte: la Generazione Z sarebbe la prima nella storia moderna a ottenere punteggi inferiori nei test standardizzati rispetto alla generazione precedente, nonostante l’accesso illimitato alla tecnologia.
Horvath cita i dati del PISA (Programma per la Valutazione Internazionale degli Studenti) e altri test standardizzati che mostrerebbero:
- un calo generalizzato dei punteggi;
- una forte correlazione tra risultati e tempo trascorso al computer a scuola.
La sua posizione non è anti-tecnologica in senso ideologico. È più radicale sul piano pedagogico:
“Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di allineare gli strumenti educativi al modo in cui funziona realmente l’apprendimento umano.”
Secondo il neuroscienziato, l’espansione digitale “indiscriminata” avrebbe indebolito gli ambienti di apprendimento invece di rafforzarli.
Anche ammesso che l’intenzione fosse didattica, il comportamento reale degli studenti racconta un’altra storia. Uno studio del 2014 condotto su 3.000 universitari mostrava che gli studenti dedicavano quasi due terzi del tempo al computer ad attività non accademiche durante le lezioni.
La tecnologia pensata come strumento educativo diventa così:
- distrazione costante;
- frammentazione dell’attenzione;
- multitasking improduttivo.
Se il cervello umano apprende meglio attraverso concentrazione prolungata, lettura profonda e riflessione critica, un ambiente iper-digitale potrebbe essere strutturalmente incompatibile con questi processi.
Dire che “la tecnologia rincoglionisce” è una semplificazione brutale. Le variabili in gioco sono molte:
- qualità dell’integrazione didattica;
- formazione degli insegnanti;
- contesto socio-economico;
- cambiamenti culturali più ampi;
- diffusione di smartphone e social, non solo strumenti scolastici.
Inoltre, correlazione non significa causalità. Il calo dei punteggi potrebbe essere influenzato da fattori sistemici più ampi rispetto alla sola digitalizzazione dei libri. Ma la questione centrale resta aperta: abbiamo confuso accesso all’informazione con apprendimento reale?
Horvath parla di “esperimento pedagogico fallito” e definisce gli studenti digitalizzati come vittime di una scelta politica più che responsabili individuali di un declino cognitivo.
Fonte: Fortune



